I MALIGNANI E LA SOCIETA' CEMENTI DEL FRIULI
Malignani è uno dei cognomi che frequentemente si incontrano nei verbali delle vicinie. Domenico Malignano qm. Girolamo era decano nel 1766, e Gio. Domenico Malignano ricopriva la stessa carica, di capo del Comune, nel 1795, quando il verbale della seduta fu rogato da Valentino Malignano notaio in Torreano. E' probabile, per non dir certo, che i Malignani fossero vicini di Torreano da molto tempo. Se il loro cognome figura anche nel toponimo Prà Malignano, dovettero essere proprietari di quel terreno per qualche secolo. Se uno di loro era divenuto notaio, dovevano essere piuttosto abbienti e versati per lo studio. E' certo, in ogni caso, che da Torreano proveniva Giuseppe Malignani, l'un modesto pittore di ritratti - scrive Giuseppe Marchetti - e di soggetti religiosi per chiese" che, "non riuscendo a campare con quell'arte, aveva aperto a Udine un laboratorio fotografico, quando ancora quella tecnica era ai primi passi" (9). Giuseppe Malignani - scrive Italo Zannier - "era nato a Torreano nel 1812 da una modesta famiglia, ma il solito zio prete lo fa studiare, prima a Udine e quindi all'Accademia di Belle Arti a Venezia, dove si diploma in pittura nel 1834. Il Malignani, sino al 1866, si dedica particolarmente alla pittura e alla miniatura, anche in Carinzia e a Vienna, dove risiede per un certo periodo; a Cervignano pare che in quel periodo conosca il chimico Blasoni, dal quale potrebbe aver appreso o perfezionato la tecnica fotografica, che inizia a usare pubblicamente nel 1866, quando apre uno studio a Udine " (10). Giuseppe Malignani morto nel 1876 trasmise la passione per la fotografia al figlio, il futuro scienziato e imprenditore, che 'fissò in immagini assai vivaci e spontanee, specialmente tramite un apparecchio stereografico, osserva Italo Zannier, varie vedute di Udine, illustrata con una disinvoltura che non si riscontra nei fotografi professionisti udinesi, influenzati piuttosto dagli sclerotizzati schemi diffusi dall'opera degli Alinari o della Anderson, che paiono il parametro più prestigioso ". Anche Arturo aveva uno spiccato senso della fotografia e avrebbe potuto occupare un posto di rilievo nella storia della nuova arte figurativa. Ma, come è noto, il suo ingegno e la sua intraprendenza lo fecero grande negli studi scientifici nei campi dell'elettricità, dei leganti idraulici, dell'astronomia e della metereologia. Non sappiamo se, nel 1907, quando fondò la Società Cementi del Friuli, egli abbia scelto di sfruttare la marna di Canalutto per un ritorno alla terra degli avi o perché quello si presentava come il giacimento più ricco e conveniente della regione. Certo è che grazie al genio e alla creatività, unita all'intraprendenza, di Arturo Malignani, la valle di Torreano si legò alla storia dell'industria in Friuli. L'interesse del Malignani per i leganti idraulici, scrive Nico Parmeggiani, "datava dalle esperienze fattene per la realizzazione della diga di Crosis,- convintosi delle grandi prospettive del cemento, promosse e partecipò alle ricerche delle marne nella provincia sino a quando, nel 1906, queste furono localizzate nella vasta zona eocenica collinare compresa fra l'alto corso del Torre e il medio corso dell'Isonzo " (1 1). Allo sfruttamento delle marne si dedicarono, quasi contemporaneamente, la Società "Cementi del Friuli" e le "Fabbriche Riunite di Bergamo " (la futura "Italcementi'). La prima si attestò nella valle del Chiarò, la seconda nella valle del Natisone. La "Cementi del Friuli" realizzò un' arditissima teleferica, lunga nove chilometri per trasportare la marna da Canalutto alla stazione di Cividale, da dove veniva convogliata per la lavorazione fino allo stabilimento situato alle porte di Udine. Le "Fabbriche Riunite" preferirono ubicare il loro stabilimento nei pressi della stazione di Cividale, per ottenere in loco il prodotto finito. La prima guerra mondiale danneggiò gli impianti di entrambe le aziende, ma lo stabilimento delle "Fabbriche Riunite" a Cividale fu letteralmente distrutto. A guerra finita ripresero entrambe la produzione, si aggiornarono tecnologicamente, attuarono nuove formule societarie finché, nel 1950, la "Cementi del Friuli" fu assorbita dall'Italcementi.
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